L’asino secondo un antichissimo mito connesso al culto di Dionisio “brucando voracemente i pampini” insegnò la potatura della vite agli uomini.
Animale sacro e Priapo per il suo grande membro fecondatore, e al dio del vino, “ha una dentatura che è il modello naturale della roncola ricurva, strumento per sfoltire e tagliare le foglie dopo la fioritura per incrementare la formazione delle demme”. (Marcel Detienne).
Un simile attrezzo (un falcettino bene affilato e ricurvo verso verso la punta) era ancora usato per la potatura della vite nelle Langhe verso la fine dell’800 come testimonia Lorenzo Fantini nella sua “Monografia agraria sul Circondario d’Alba”, Roma 1883.
Il mito dell’”asino potatore” è narrato da Pausania (II, 38, 3: l’asino di Nauplia), ma cosa strabiliante è l’averlo ritrovato quasi tale quale in una storia orale trasmessaci da un contadino di Vezza d’Alba.
Ecco il suo breve racconto, reliquia di quelle “narrazioni di stalla” delle veglie invernali.
“una volta non si potava la vite, ma i grappoli erano poveri e facevano un vino deboluccio.Sai chi ha insegnato a potare ai contadini? Se te lo dico, non ci credi, ma io te lo dico lo stesso. Devi sapere che il primo potatore della vite fu l’asino. Capitò in un tempo che nessuno più sa, ma i vecchi dei vecchi dicevano così. Un padrone distratto legò il suo asino ad un palo della vigna.La bestia, mentre il contadino zappava, si mise a rosicchiare una serie di tralci spuntandoli. L’uomo quando si accorse del gesto dell’asino preso da tutte le furie bastonò duramente il povero animale. Ma l’anno successivo, in autunno, vide che quei tralci cimati dall’asino avevano fatto dei bellissimi grappoli mai scorti prima.
Al termine della vendemmia, legò nuovamente l’asino al palo della vigna, ma l’animale, ricordandosi l’accaduto se ne guardò bene dal mangiare la vite.
Il contadino allora di accorse di essere lui il vero asino per aver bastonato ingiustamente la bestia, scoprendo che in realtà aveva avuto un beneficio dall’animale.
Cercò poi di fare come aveva fatto l’asino e imparò a tagliare i tralci della vite, si può pertanto dire che l’asino fu il primo potatore al mondo”.
In una delle più diffuse favole della novellistica popolare troviamo poi l’asino caca-oro, dal magico potere di defecare monete d’oro; la favola, che nel Cinquecento viene utilizzata per la storia di Campriano contadino, serba ancora traccia nelle tradizioni popolari dell’Albese.
L’asino assume nella storia della cultura umana aspetti ambivalenti. Se è vero che l’umile quadrupede era emblema e quasi sinonimo degli uomini “ignoranti et idioti”, è pure vero, lo ricorda la Digressione in lode dell’asino di Cornelio Agrippa che “spessissime volte un uomo ignorante et idiota vede quelle cose che non può vedere un dottore scolastico corrotto nelle scienze umane”. (traduzione italiana di Lodovico Domenichi, Venezia, 1552). E ancora il proverbio popolare dice che “è meglio un asino vivo che un dottore morto”.
“Ma chi t’induce a fare questi ragionamenti?”,-chiede Alboino a Bertoldo-.”L’asino del tuo fattore” risponde questi.”Che cosa ha da fare l’asino del mio fattore, con la grandezza della mia corte?”. “Prima che fosti tu, né manco la tua corte, l’asino aveva raggiato quattro mill’anni innanzi”, gli rispose Bertoldo con trionfale e beffarda ironia.
E’ la risposta saggia del terrigno uomo dei campi, che conosce altra storia da quella dei potenti. I clamori delle gesta e delle imprese dei re e dei principati hanno per lui meno risonanza ed importanza dei ragli dell’asino. La continuità delle stagioni, delle semine, dei raccolti, l’umile lavoro degli uomini della zolla, impregna le parole di Bertoldo che rendono il giusto tributo all’asino “padre dei contadini”, amico della fatica e del lavoro, festoso, fecondante animale dal ragliante tripudio.
Tratto da “Il platano” del 2002, scritto da Antonio Adriano.
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